Seleziona una pagina

Franca Guelfi: profilo

Vivere Vado

Anni 69, insegnante di lettere e di filosofia.
Ha insegnato lettere in vari istituti  superiori e scuole medie; filosofia  e scienze sociali al liceo “Della Rovere” di Savona. 
Da sempre attiva nel sociale: promotrice della locale Banca del Tempo; per molti anni docente di scrittura creativa all’UniTre; impegnata nella salvaguardata della memoria orale vadese. Appassionata di letteratura e, in particolare,  di poesia. Camminatrice. 
Dal 2000 al 2004: portavoce del Comitato Vado Vuole Vivere, nato per contrastare il progetto di piattaforma portuale 
Dal 2004 al 2009: Consigliere Comunale di opposizione per la lista civica Vivere Vado 
Dal 2009 al 2012: Assessore e vice sindaco nella lista Vado Viva con Caviglia 
Dal 2014: coordinatrice e rappresentante legale del Movimento politico Vivere Vado 

Franca Guelfi: “Sono nata in un caruggio”.

Ricordi e nostalgia di una Vado da raccontare

 La “carta d’identità politica” racconta le azioni, l’impegno negli anni, la mobilitazioni, i risultati, gli insuccessi. Ma per descrivere una persona contano anche i sentimenti e il suo vissuto. Questo testo l’ho scritto per un numero di “Qui Vivere Vado” e rappresenta una delle tante azioni messe in atto per scongiurare l’abbattimento di un vecchio nucleo abitativo di piazza Mathon e mi racconta per quello che sono.

Sono nata nel caruggio. Lo so che si scrive carrugio ma, tra vadesi, mi permetto di scrivere come parlo. Nè debbo spiegarvi che il caruggio è quello du spuncia cü. Per i foresti via Mazzini.

Nel caruggio ho abitato per quasi vent’anni tra la casa e la bottega, che si apriva sull’angolo di via Garibaldi. Da piccola mia madre mi legava il polso con uno spago al chiodo del cestino dei limoni appeso alla facciata perché non scappassi sulla strada: c’era sempre qualche cliente pronto ad intenerirsi e a portarmi a fare un giretto. “Ti sei allevata sul marciapiede” diceva sorridendo mia madre.

ESSERE GRANDI? ANDARE IN BICI SENZA TOCCARE CON I PIEDI

“Posso andare dalla Dolli?” oppure “Posso andare dalla Rosa?” chiedevo qualche anno più tardi prima di attraversare i 3 metri del caruggio. La Dolli era la Doliana Castagno della latteria; la Rosa era la Rosa Arata, nonna di quel Roberto Simonini che ha trasferito l’attività sull’Aurelia; ricordo quando la merceria sfoggiò un’insegna di ceramica verde con la scritta Da Rosa e una rosa nell’angolo. Una sciccheria!

Nel caruggio ho imparato ad andare in bicicletta: la mano di mio padre o di mia madre dietro la sella, tra un cliente e l’altro. Arrivare in fondo senza mettere i piedi a terra era essere grandi.

Il caruggio cominciava con il portoncino di casa nostra, poi c’era l’osteria di Mattè (in seguito di Boschis); poi il magazzino di Lazzaretti, la Farinata della Maria, la casa della Maria da pumpa e quella della Marinin; infine vecchi locali abbandonati con ormai quasi illeggibile la scritta OSTERIA.

Sul lato opposto, a ritroso, l’orto e la casa della Giuletta, la casa dei Tomberli e della Cicci, il magazzino di Roberto che apriva il banchetto di frutta e verdura in piazza Cavour, nell’angolo delle Salomone che un bombardamento aveva lasciato vuoto; poi l’orto di Giôemu Ferrando e il cortiletto della latteria, che aveva in precedenza ospitato Borsa e il suo commercio di rottami di ferro.

“DENTRI FRESCHI CON GARDOL”, TUTTE COME VIRNA LISI

Vivere nel caruggio significava vedere l’uno in casa dell’altro, escluso il caso delle Muinette, che avevano le finestre sempre chiuse dai tendoni: ma loro rappresentavano l’aristocrazia vadese della veletta e dei guanti traforati. Noi no.

Affacciata alla finestra del secondo piano la Antonietta Ferrando giocava per ore con me al primo piano dirimpetto. E la Dolli sorrideva quando mi coglieva, ragazzina, a girare per casa in vestaglia declamando alla Virna Lisi, davanti ad uno specchio a mano: “Denti freschi con Gardol!”

Le relazioni tra vicini erano anche verticali: “Aegua purcu belin!” gridava Silvana, la ragazza che ci aiutava in casa, battendo il piede al lavandino per farsi sentire nell’osteria di sotto. In senso opposto arrivava nella mia cameretta, puntuale ogni mattina, il ritornello di un cliente fisso: “Quaranta galin-ne mancu ‘n oevu!”.

Sul versante della piazza, l’ultimo piano era collegato al livello stradale dalla corda con annesso cestino che la signora Poggianti calava davanti alla bottega, quando doveva rimediare a qualche errore di memoria o a qualche urgenza in cucina. Bastava dare una voce dal terrazzo.

QUANDO SI “PAGAVA” CON IL LIBRETTO, OGNI QUINDICINA

Il portoncino di casa del caruggio si usava solo la sera e la domenica perché di solito per salire in casa transitavamo attraverso la bottega. Vecchia, stretta, piena zeppa di merce, buona clientela: tutte famiglie operaie che compravano a libretto e che alla quindicina saldavano prontamente. Non tutte in effetti, visto che quando chiudemmo i battenti ci rimase un bel pacchetto di libretti.

La bottega era incontro, chiacchiere, amicizia, buon vicinato: socialità si direbbe oggi.

Mio padre l’aveva promossa a crocevia di interminabili discussioni sportive: succursale del bar Negro e anticamera dei barbieri Alfredo e Bruno, due passi più in là. Il marciapiede con la merce in esposizione era appendice della piazza. Soprattutto quando pioveva, perché gli acquazzoni provocavano regolarmente l’allagamento della bottega: allora mio padre di qua, Renato Castagno di là dal caruggio, dopo aver tentato invano di aiutare il tombino ad inghiottire, la buttavano in ridere. “Sono i tuoi coni gelato” lo provocava mio padre. “Ma va! È la carta dei tuoi platò” replicava l’altro.

Anche la casa era vecchia, ma soleggiata e con una cucina corredata prima da una radio, a lungo sospirata da mia madre, e più tardi da mobili di formica, ultimo modello acquistato dal mobilificio La Fonte. Il bagno continuò ad essere un gabinetto, a piano terra, sul retro della bottega. E la nostra giornata continuò ad essere organizzata dalle sirene delle fabbriche e dall’orologio esterno al negozio di Delbono: bastava affacciarsi alla finestra di via Garibaldi. Mai posseduta una sveglia, mai utilizzato un orologio da polso: solo mio padre ne possedeva uno, ma abbandonato in un cassetto.

IL PRIMO AMORE, E IL MIO ’68 FRA UNIVERSITÅ E “BAGUTTINO”

Abitare nel caruggio voleva dire anche sognare di andarsene; a sette anni tornai un giorno a casa da scuola arrabbiatissima perché la maestra aveva parlato dei caruggi e “quell’antipatica della Anna ha detto che io ci abito.” Mia madre mi tranquillizzò per l’ennesima volta: “Quando la Rina ti ha portata è passata dalla bottega per salire in casa, perciò tu sei della piazza.” Ma quando peccavo in bon ton la sua sgridata peggiore era: “Sei proprio una caruggea!”

A 18 anni il caruggio continuava a starmi stretto ma fiorì lì un mio amore vadese, precisamente ai tavolini in odor di caruggio del Baguttino, che aveva sostituito la latteria della Dolli.

L’anno dopo cominciò il ’68 e l’università; l’amore era finito e al Baguttino ci stavo con gli operai in trasferta che lavoravano alla costruzione della Centrale Enel. Venivano dal Veneto e dalla Romagna: gran bravi ragazzi vecchio stampo, che infransero più di un cuore femminile.

La mia famiglia si era appena sistemata nell’APPARTAMENTO! Con riscaldamento centralizzato e bagno! L’unica preoccupazione era rimasta a mia madre perché eravamo in via Sabazia e il nome la faceva sentire in periferia benchè fossimo a meno di cento metri dalla sua piazza: “Riuscirò ad abituarmi?”

La bottega invece era ancora lì, perché serviva a farmi laureare. Nel frattempo era stata rimodernata: banco frigo, scaffali metallici, cancello scorrevole… Quasi in grado di gareggiare con quella di Checco Vallarin, un vero NEGOZIO!

IL CARUGGIO COME UN PALCOSCENICO LA MOSTRA DI BARSOTTI

Gli anni seguenti sono stati quelli della lontananza, non solo fisica, per lavorare: un periodo oscurato da un po’ di foschia fino all’immagine vividissima dell’81, l’anno della mostra di Barsotti. Un evento artistico, il primo e l’ultimo, sul palcoscenico del caruggio. Ricordo le opere esposte lungo il muro di ponente, ricordo la gente, c’era tutto il caruggio… e mi sembra di ricordare un brindisi… o forse del brindisi c’era solo l’atmosfera. La Giuseppina Musio era appena morta e sua figlia Bruna non si dava pace e piangeva a dirotto: “Se ci fosse ancora mia madre… Che bello il suo caruggio!”

Il mio racconto finisce qui, con quest’ultima immagine-simbolo.

Il resto è attualità: mezzo caruggio demolito per far posto a un ufficio postale anonimo e dozzinale; la pompa sostituita da una fontanella a mo’ di lapide. Un colpo di spugna sulla nostra storia.

E noi li abbiamo lasciati fare, in colpevole umile silenzio, lo stesso che avevamo mantenuto per quindici anni mentre sussurravamo, tra il preoccupato e il rassegnato: “Caccian zü. Caccian zü”.

E basta, perché a noi spettava solo lavorare, arrivare alla quindicina, al massimo far studiare i figli; ad altri spettava pensare e decidere. E non anche difendere, per compito istituzionale, un valore di tutti? Non l’hanno fatto allora demolendo quel pezzo di mondo vadese e continuano a non farlo oggi; la nostra colpa di ieri è ancora amara in bocca, ma nel frattempo almeno tanti di noi abbiamo capito.

SENSO DI APPARTENENZA E NOSTALGIA

Di quelli che se ne sono andati qualcuno è tornato; qualcuno ricorda il caruggio sottovoce, in gruppetti profumati di nostalgia. Altri, ed io tra questi, ne rivendicano con orgoglio l’appartenenza. La casa dove sono nata, proprietà dei miei cugini, è oggi sana, bella e dotata di ogni confort. E di valore immobiliare.

Se potessi proseguire, vi racconterei un’altra storia, quella di via Garibaldi…simile ma con un finale diverso: voi la conoscete perché ce l’avete sotto agli occhi. Pensate se fosse stata demolita a sua volta, quando era solo un susseguirsi di catapecchie. Ditelo alla Ida di Cartallegra, alla Nora della panetteria, al retro della Farmacia Mezzadra; ditelo agli ultimi arrivati di Gocce d’oro. E a Mino della macelleria, e al parrucchiere, e…

Io lo dico a me stessa quando, attraversando la piazza, lo sguardo si posa sulla quinta di via Garibaldi-angolo caruggio: “Che bello! Io sono nata lì”.

Vuoi sapere di più?

Vuoi contattare il candidato Sindaco?

Inserisci la tua mail e manda un messaggio a Franca Guelfi

Seguici sui social

Rimani in contatto con le nostre pagine social e supportaci

con un “mi piace”